venerdì 21 marzo 2014

Anni falliti

Anni felici
Trama: Luchetti a Ponte Milvio

Io ho un problema quasi personale con Luchetti, lui non lo sa, ma io sì. 
Ovviamente non stiamo ai livelli di Misery, anzi per trecentosessantaquattro giorni l'anno a Lucchetti non ci penso neanche, non so proprio chi è. Però quel giorno l'anno in cui vedo il suo film, diventa una questione quasi personale. Ma è lui che ce la fa diventare.
In Anni Felici poi, lo fa proprio dal primo secondo: il film parte con la sua voce off che presenta in prima persona i personaggi del film: lui, il fratello, la madre e il padre.
Per i successivi 100 minuti ci fa entrare in un racconto (proto)auto-biografico di artisti falliti, lesbiche fallite, infanzie fallite, performance fallite e assistiamo anche, ma forse questo non era voluto, ad un film fallito.
Perché l'errore è già chiaro dai primi minuti di biografismo forzato e pantaloni a zampa, di Mini Minor e magliettine e colli alti che ormai è un Genere a sé con buona pace dei costumisti che basta che vanno al mercatino dell'usato e hanno risolto: lo spessore fragile che hanno le cose "personali" non deve venire prima di tutto, o diventano ostentato sentimento (non sentimentalismo, quello no), ma sterile, perché appunto, troppo personale. Qualsiasi opera creativa - e scrivere un film, eccome se ha bisogno di creatività - sarà sempre frutto della tua storia, non c'è bisogno che prendi il microfono e mi dici subito: "oh, questa è la mia storia eh". Anche perché diciamocelo, non è che sei sopravvissuto ad Auschwitz, hai solo avuto due genitori un po' disfunzionali, dimmi chi non ce li ha avuti. Ringrazia di averne avuti due.
La memoria, il racconto della memoria, deve venire naturale. Come l'Arte. E si fa un gran parlare d'arte in questo film, quella con la A maiuscola, dei musei e dei critici, dello spleen d'artista, eppure non se ne sente mai il peso (o la leggerezza) su cui l'Arte si fonda.
È sempre la solita storia con lui - ho riletto quello che avevo scritto tre anni - e devo dire che almeno sono coerente, ho pensato esattamente le stesse cose:  Luchetti non scrive e dirige con naturalezza, ma neanche con peso specifico. È di una mediezza quasi democristiana, borghese. Non ha polso fermo, Luchetti. Si fa poi fagocitare dalla (tutta italiana) importanza dei suoi attori protagonisti, relega i bambini (lui, il fratello, si presuppone, in tutte le interviste in rete il regista ci tiene a sottolineare che il confine tra realtà e finzione è spesso superato, il "romanzo di una vita") a meri spettatori delle performance (buone, devo dire) di Rossi Stuart e della Ramazzotti (che chissà come ricorda, se felici o no, gli anni degli esordi:

Di certo chi ha visto Her da lei doppiato non lo ricorderà come una felice esperienza). 
Ma quanto sarebbe stato più bello raccontarmi solo e semplicemente di due bambini che, come tutti i bambini, vivono i loro anni felici senza saperlo (l'unica frase davvero profonda del film. che viene lasciata proprio come epitaffio finale perché, nuovamente, si capiva da subito che era profonda, profonda, non naturale, c'è differenza) e intorno la vita dei grandi va avanti. Ci prova, questo era l'intento, ci scommetto, ma il risutato, sin dalla locandina, è l'opposto: ci sono i genitori, i loro bisogni, poi i bambini, sullo sfondo.
L'autobiografia non dovrebbe parlare di te? Invece di te io so ben poco, troppo poco.
La domanda, proprio come era apparsa in sovraimpressione nel caso de La nostra vita, rimane: cosa c'è di davvero interessante in questo racconto per farlo diventare un film? E non parlarmi di neo-neorealismo, non è la Meglio Gioventù, questa, è solo un altro film italiano che poco si distanzia da una fiction ben gestita. E mi chiedo - sempre leggendo le interviste - quale sarebbe il "lavoro sui personaggi" che Ramazzotti e Rossi Stuart avrebbero dovuto fare sui loro personaggi. Micaela abbonata al ruolo di madre un po' stretta nel suo ruolo d'altri tempi (di nuovo), Rossi Stuart artista fallito.
Non parlate di Arte nei film, grazie.
Non c'è Personalità. Ecco - oserei dire finalmente ho capito - cosa mi tocca sul personale del cinema di Luchetti, la totale assenza di personalità: il tocco è leggero, ma non frivolo, il passo ad un certo punto vuole diventare pesante, ma mai intenso, le storie sono reali, ma mai emozionanti, le sceneggiature fluenti, ma l'interesse langue. Essere cresciuto all'ombra di Moretti non deve essere stato facile, fagocitato nel comico amaro da Virzì, nel drammatico, appunto, da Moretti, nell'antropologico reality da Garrone e dal grottesco antropomorfo da Sorrentino, neanche la commedia almodovariana può fare, ci pensa Ozpetek per quello. Cosa rimane a Luchetti borghese, se è vero che la borghesia glie l'ha rubata il Muccino decente? Niente. Ho un solo ricordo positivo di Luchetti, risale ai tempi di Scuola.
Comunque, l'unica verità più volte dimostrata (anche troppo) nel film e che non si può negare (ma non è certo una novità) è che i filmini Super8 sono belli. Lo sono tanto. Lo sono perché hanno la grana sgranata dei ricordi. Lo sono e pensi che noi avremo giga e giga di stupidi 15 secondi instagramizzati da mostrare ai nipoti. E non sarà assolutamente la stessa cosa.
Io ho visto mio nonno in pellicola e ossa la prima volta in un filmino Super8. Dopo trent'anni di racconti e di foto, era emozionante e strano vederlo camminare, riconoscere il passo di altri familiari, forse, i movimenti delle mani, i miei?
I ricordi sono bastardi, ma sono quello che ci tiene vivi.
Lucchetti questo lo sa, ma sceglie il modo sbagliato per raccontarci la sua storia, ci "costringe" in qualche modo a seguire il risultato di suoi percorsi e suoi ragionamenti, senza usarci la gentilezza di renderli interessanti.
Il risultato? Banale. Non c'è cosa più terribile che ridurre un ricordo alla banalità, il ricordo ha il dovere di essere speciale, brutto, bello, ma mai, mai e poi mai banale.
Il ricordo è un fossile che quando, con animo da speleologo, scegli di riscoprire, riportare in superficie, spolverare con ammirazione e scoperta, ammirare per un po' di tempo, deve essere trattato con il massimo della cura, il massimo.
La versione di Diodato di Amore che vieni amore che va che chiude il film 

ci dice la stessa cosa: il ricordo dell'originale è troppo potente per perdonargli la sua versione moderna:

Un giorno ChickenBroccoli finirà. 
Come li ricorderò questi anni? Felici? Fecali? Fallaci? Fallici? Facili? Non so, lo scopriremo solo scrivendo. Un giorno qualunque li ricorderò, e se vorrò riportarli in superficie, li tratterò con tutta la cura possibile.

3 commenti:

  1. Complimenti, davvero una bella recensione. Lei è un autore colto, assai più di quel che credessi o che lei ama lasciar credere. Grazie, Andrea

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  2. Ti do del Tu, se mi permetti. Senza nulla togliere al Tuo pensiero, profondo, attento e preparato, mi sembra che la tua critica/recensione si possa tradurre così "questo film non mi piace perchè è diverso da come l'avrei fatto io". Ok. Io ho lo stesso punto di vista sul Mondo.

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  3. @lorenzo: diamoci del tu però :) come giustamente fa anonimo. Voglio solo aggiungere che molto difficilmente penso a come lo avrei fatto, non essendo io un regista o uno sceneggiatore, ma un semplice spettatore, molto critico, lo so... altrove mi hanno accusato - proprio rispetto a questa recensione - di essere sempre troppo critico, di guardare tutto volendo per forza sezionarlo, perdendo l'insieme, il gusto di vedere una cosa e basta... sarà così? Ma ritorno a bomba su quello che è il mio pensiero sul film, sembra appunto un film fatto per farlo e basta...

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