venerdì 21 novembre 2014

La Parola Fine

Arriva sempre il momento, nella vita di ognuno di noi, in cui un amico ti si avvicina e ti dice «Sai, ho scritto un libro.» E tu...
È un momento importante, non solo per lui - perché a te, diciamolo, non è che importi molto - ma soprattutto per la vostra amicizia. In quel "ho scritto un libro" si nascondono infatti, implicite e traboccanti ricerca di conferme, tante altre domande, domande come "lo vuoi leggere?", "ti è piaciuto?", "puoi mettere un post sul tuo sito in cui promuovi il mio libro?"... e tu se non vuoi proprio rovinare quest'amicizia dovrai solo scuotere la testa avanti e dietro, come una scimmietta ammaestrata, dimenticandoti delle cose importantissime che stavi facendo fino ad un secondo prima:
MA PER FORTUNA NON È QUESTO IL CASO! 
Infatti non uno dei miei amici è venuto a propormi il suo libro, non uno... MA DUE AMICI! E DUE LIBRI! E allora cambia tutto

Cambia tutto davvero, perché a quel punto davanti a te vedi un Progetto, e non solo la voglia di scrivere che insomma quella ce l'hanno un po' tutti - quella non muore mai (guarda me, so' cinque anni che continuo...), ad essere già morta e sepolta è la voglia di leggere, lo so bene che non state leggendo quello che sto scrivendo, ma state solo dicendo "guarda queste due scimmiette che si spulciano nell'acqua calda che pucci, sembriamo proprio io te, vero amore? Eh amore? Vero?!".
I due amici in questione si chiamano CO.N.S. - Collettivo Nuova Scrittura (non chiedete. Vi prego non chiedete. Che Wu Ming ha fatto più male che bene...) e sono, come dire... Bravi.
E lo sapete che se io dico che sono Bravi, vuol dire che sono molto bravi.
Insomma, i ragazzi hanno fatto questo:
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La parola fine è più di un romanzo. 
È un progetto molto ambizioso: due romanzi paralleli, una versione Alpha e una versione Aleph. Non sono l’uno il seguito dell’altro. Sono due versioni alternative, che iniziano nello stesso modo, per poi divergere fino a creare due trame completamente diverse. Stessa ambientazione, stessi protagonisti, stessi eventi cruciali; eppure intrecci e sviluppi differenti.

La Grande Epidemia ha decimato l’intera popolazione mondiale, costringendo i governi a convogliare tutte le risorse disponibili per l’obiettivo della salvezza dell’umanità. 

Oggi, nel 2057, chi controlla la sanità controlla il mondo. E quell’uomo è Richard Stuart Sanderson, a capo della Life, la multinazionale medica più influente del pianeta. Allo scopo di porre fine per sempre alle paure delle malattie, Sanderson ha intenzione di realizzare una rivoluzione genetica, che affrancherà l’essere umano dalla tirannia dei virus e delle epidemie. Un’utopia che finalmente sta per realizzarsi. 

Non tutti però sono d’accordo con i metodi autoritari della Life. Un gruppo di uomini e donne ribelli si è stretto intorno al dottor John Knox, un tempo braccio destro di Sanderson. Cosa può fare un semplice uomo, costretto alla clandestinità, contro la potenza di un organismo che dispone del pieno consenso del governo? Niente, dice la ragione. Tutto ciò che è in suo potere, dice la follia. 

Tom Becker è un dipendente della Life, di brillanti prospettive. È contento del suo ruolo, della sua vita e del suo posto nella società. Tuttavia, al Controllo Semestrale Obbligatorio, riceve una brutta, una pessima notizia. Proprio in quel momento nell’ospedale scatta l’allarme. Alcuni uomini di Knox hanno fatto irruzione per razziare medicinali e apparecchiature. Becker, confuso, si scontra con Louise, una dei ribelli. Colpito da quella bellissima ragazza, catturato dal suo fascino, decide di seguirla. 

Il destino inizia sempre con una scelta.
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Capito? DUE LIBRI! DUE STORIE! Stesso universo. Collegato. Bomba. Non è un progetto di quelli che si esaurisce appena la velleità si scontra con la realtà dei fatti, cioè che scrivere un libro non vuol dire solo andare in giro a dire agli amici "Sai, ho scritto un libro." E tu...

Ma io che conosco bene i miei (non)lettori, so che fare un post promozionale così, senza usargli neanche la gentilezza di parlare un po' di cinema, o riempire il post di gif animate, li potrebbe mettere di malumore:

E quindi ho ordinato chiesto a CO.N.S. di recensire per voi un film, fatto da e per scimmie (da qui la presenza dei primati); siamo tutti 12 scimmie in fila per 6 col resto di 0, stesso conto della popolazione dopo l'Apocalisse. Già, visto che il tema del libro - un tema di cui vale SEMPRE la pena parlare - è la sempre cara Fine del Mondo per colpa di Virus ("sempre" mica tanto in effetti), ecco che i due hanno visto e recensito a modo loro e in rosso/verde:
L'esercito delle 2 scimmie
Dai si scherza...
L'esercito delle 12 scimmie
Inizio/Fine
«Dimenticate l’esercito delle 12 scimmie!». È il 1962, siamo all’aeroporto di Parigi Orly. Siamo alla jetée, quello che qui chiamiamo gate. Un bambino vede il volto di una donna, che gli rimarrà impresso per tutta la vita, e poi una scena di panico: un uomo viene ucciso proprio lì, all’imbarco, davanti ai suoi occhi. Molto prima dell’inizio del film di Terry Gilliam, Chris Marker dirige un fotoromanzo. Niente recitazione, solo fotografie, in sequenza, sovrapposte, in dissolvenza, zoomate in e out, e una voce fuori campo. 
Fantascienza al grado zero. Molto prima degli interventi sgangherati di Marty McFly e di Doc, prima di L’esercito delle dodici scimmie (e prima, permettetemi di dirlo, di Memento) c’è La jetée. L’inizio, la fine, la fine, l’inizio.

Medesimo/Differente
Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. Poco prima della fine del film, James Cole (Bruce Willis) e la sua ex psichiatra (Madeleine Stowe) siedono in un cinema. Sullo schermo c’è La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Nel parco delle sequoie, Madeleine (Kim Novak) indica gli anni vissuti sui cerchi che il tempo ha segnato nel grande albero abbattuto. Una scena analoga è presente in La jetée, in cui il protagonista indica alla misteriosa donna del passato da quale punto del futuro è tornato: un punto oltre i cerchi della sequoia. 
In sala Bruce dice: «Il film rimane sempre lo stesso. Eppure cambia. Ogni volta che lo vedi ti sembra diverso perché tu sei diverso». 

Statico/Dinamico
Il corto di Chris Marker è costruito come una sequenza di immagini e un voice over.
Nell’Esercito delle dodici scimmie alcune immagini aiutano Bruce Willis a ricordare ciò che vivrà (non è un errore di consecutio temporum). A maneggiare il tempo la grammatica va in corto circuito. L’apocalisse è quello che c’è già. 

Sano/Insano
Brad Pitt ha superato se stesso interpretando un folle a capo di un gruppo segretissimo di uomini vestiti di nero e incappucciati, che lo seguono come un vate per compiere azioni di guerriglia urbana. È il 1999, stai guardando Fight Club, e Brad Pitt è in realtà un pezzo della personalità schizoide di Edward Norton, come scoprirai poco prima dei titoli di coda. Ora torna nel 1995 a guardare lo psicopatico Pitt e il suo esercito di animalisti. È solo un deja-vu? Dice Bruce, nel novembre del 1996: «Non penserai che sono pazzo quando dal prossimo mese la gente comincerà a morire». 

Destino/Arbitrio
L’anagramma di “Jeffrey Goines”, nome e cognome di un pazzo certificato, è “Jeffrey is gone”. L’anagramma di “Globe hotel” (dove si rifugiano Kathryn e James) è “LET GO HEBOL”. L’apocalisse è quello che c’è già. 

Reale/Surreale
Dei Pink Floyd si sa che interrompevano le registrazioni, anche nel mezzo di un brano particolarmente ispirato, abbandonavano gli strumenti e correvano davanti al televisore per non perdersi lo show dei Monty Python. In passato Terry Gilliam era uno di loro (dei Monty Python, non dei PF). Nel 1995 Gilliam dirige una scena in cui degli scienziati del futuro cantano «Blueberry Hill» all’uomo che è tornato indietro dal passato. Il divertente nonsense sconfina nell’inquietante. Dice Bruce: «Io sono pazzo e voi siete la mia pazzia».

Fine/Inizio
Tutto ciò che hai fatto finora, dalla nascita a questo momento, ciò che fai mentre segui con gli occhi e decodifichi questo testo (con i suoi errori, i reufsi, le mancanze e gli scherzi e le deviazioni dal discorso principale), tutto ciò che farai appena staccherai gli occhi dallo schermo: è già in te. Presente, passato, futuro: sei tu ORA. Ciò che hai cambiato, ciò che cambierai ha fatto e farà di te ciò che sei ORA. Sia che tu viaggi indietro o avanti nel tempo, questo è il risultato. Guarda com’è andata con Terminator. Guarda com’è andata con Bruce Willis. Il tempo non è una linea, è un punto. Punto.

Apocalissi/Salvezza
Bruce dice: «Credi che sia stato io a estinguere il genere umano?» Ci sono molti modi: virus (come in questo caso), meteoriti, alieni, autodistruzione, cataclismi, mutamenti climatici estremi, venti che spingono al suicidio, la supremazia delle macchine, una guerra nucleare o uno scontro tra pianeti. La paura della fine ci ossessiona, eccita la nostra mente perché rappresenta una sfida. Se posso raccontare l’apocalisse, vuol dire che sono sopravvissuto. L’esercito delle 12 scimmie (1996) parla di un’umanità futura postapocalittica alla ricerca di una via di salvezza nel passato. Interstellar (2014) parla di un’umanità futura postapocalittica alla ricerca di una via di salvezza nel passatopresentefuturo. E intanto Murdoch inaugura il canale Sky Cinema Hits Apocalypse, fantascienza apocalittica 24 ore su 24. Perché ciò che non ti uccide ti rende più forte. E vale anche per te, lì sul divano.

Fast Forward/Rewind
Ti svegli accaldato. Hai fatto un altro brutto sogno, ma non lo ricordi. Prendi lentamente coscienza di te stesso: ti chiami Timothy Howard. Oggi è il 16 gennaio del 2015. Non sei ancora abituato alla temperatura tropicale dei termosifoni qui a Newark, NJ. È buio, l’altra metà del letto è disfatta. Ti alzi e lanci la maglietta sulla sedia. Lisa è al lavoro, come tutti i giorni. Domani è il suo compleanno, ma finché hai il turno di notte non c’è modo di festeggiare. Prendi il latte dal frigo e bevi dal cartone, poi ti fermi, in ascolto. Dal soggiorno arrivano delle voci. Guardi l’orologio. Sono le 21:30, impossibile che ci sia qualcuno. Infatti: Lisa ha lasciato di nuovo la tv accesa. Premi il telecomando per spegnerla, ma non succede niente. Le immagini vanno avanti. Provi ancora. Niente. Lo schermo resta sintonizzato su Syfy. Insisti con i tasti, con più violenza, niente da fare. Sei costretto a guardare. È la sigla di testa di una serie tv che inizia proprio oggi: 12 Monkeys. Maledette pile scariche. 

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Non pago - anche se io stesso ho pagato per leggere i libri, che oh, dopo luglio c'ho talmente tanta gente che mi dice "eh ma io a luglio il tuo magazine l'ho supportato" che sto andando fallito - ho raccolto anche un po' di illustra-locandine che l'altra volta non c'erano entrate:
[La più bella... Io ne ho riconosciute 8.]
Che dite? Si comprano SUBITO questi due libri? Non fate i matti, e andate sul SITO.

giovedì 20 novembre 2014

♰ Mike Nichols ♰

♰ Mike Nichols ♰
Hello darkness, his old friend.

Intersquallor

Space Station 76
Trama: Retto futuro

C'è questa pratica di fare la rétro-fantascienza (o il rétro-horror), cioè fare dei film oggi, che sembrano fatti ieri, ma che propongono il domani. Ma lo propongono come fosse il domani pensato ieri, solo che lo fanno oggi.
Capito?
Insomma Space Station 76 è tutto nel titolo: una stazione spaziale, ma ferma all'anno 1976. Quindi robot, ma pantaloni a zampa, iperspazio, ma camicioni a fiori e magliettine strette
paesaggi siderali e carte da parati optical
problemi intergalattici, ma in fondo in fondo è solo una telenovela. 
Ecco. SS76 è una telenovela, solo che ambientata nello spazio. Era intenzione degli autori? Forse sì, ma anche essendo riusciti, tutto sommato, a rendere il profilo basso di quel tipo di produzioni - robot di plastica, scemette bionde e invidiose
drammi della gelosia, rivelazioni alla Chichito & Pachito - dopo circa una ventina di minuti già arriva inesorabile la noia. No, non ho detto Nolan.
SArà anche che tutti gli attori coinvolti sono di serie B (sarà voluto anche questo?), c'è Patrick Wilson, che pur avendo il ruolo più interessante, il capitano tutto d'un pezzo e supergay ma che non può ammetterlo, scommetto avete tutti difficoltà a capire esattamente chi è,
c'è Liv Tayler, ormai sprofondata in produzioni televisive o semplicemente di medio-basso budget, e altri vari che abbiamo visto qui e lì ma di cui mi riufiuto di imparare il nome. Ah, c'è anche il nostro amico Ultraman, un uomo che ha ragion d'essere solo perché dimostra che quello che siamo da bambini:
non è detto che poi saremo da adulti:
Il film è noiosetto forte, con una manciata di idee che avrebbero retto (!) bene per uno sketch di un quarto d'ora al SNL, ma di certo non reggono un intero film.
Averlo visto prima di Interstellar non ha rovinato la visione di quel film, averne parlato dopo forse ha rovinato un po' la recensione. Poi sarà, ma di fantascienza datata 1976 (anzi 77, vabbé) ce n'è una e una soltanto:
Recensione che in mancanza di altri spunti arricchiremo con il lavoro di Josh Ln, che di navi spaziali e robot (ma con un gusto un po' macabro) se ne intende:

mercoledì 19 novembre 2014

Frankbender

Frank
Trama: Frankenstran

Frank è come il suo protagonista, un film che maschera la sua reale pochezza grazie ad un'idea frankamente (giuro che lo scriverò solo una volta) molto buona, non originale, ma molto buona, ovvero quella di prendere una superstar internazionale e farlo "recitare" (quasi) tutto il tempo con una maschera a forma di cartone animato in testa. La star in questione, lo sapete tutti, è Michael Fassbender, ex-bastardo, attore eccezionale perennemente in odor di oscar (tranne quando se lo sarebbe meritato davvero), Magneto senza rughe, nonché strapiselluto, insomma uno che è arrivato a quel momento della carriera in cui un attore si può permettere di apparire in un film per tutto il tempo così:
Sulla questione della maschera, che protegge identità o idiosincrasie, panico da palcoscenico o turbe psichiatriche, ce ne sarebbe da dire quanto intere enciclopedie - un tratto in comune, quello di usare la maschera per potenziare la comunicazione fisiognomica (per aumentare cattiveria o espressività) comune a tutti i ceppi conosciuti; ogni etnia ha le sue maschere, da quelle Tiki fino ai demoni thai, passando poi per antichi greci, samurai giapponesi e chi più ne ha, basta una maschera e già sappiamo che porteremo con noi la potenza espressiva della maschera stessa anche in una galassia lontana lontana.
Quindi il film è presto fatto: un ragazzetto timido e sfigato incontra un gruppo molto molto underground dal nome impronunciabile che non mi va di copiare/incollare capitanato da un frontman in maschera, musicista geniale (o forse è solo un matto col botto e basta?) da cui viene trascinato, nella prima parte del film, in un cottage sperduto a registrare, anzi a non-registrare, il loro primo album. Il "giovinismo" del ragazzo fa il resto, infatti il tipo ha un account twitter e un blog su cui carica video e pensieri di questa esperienza lunga più di un anno. Frank diventa una web star e il gruppo parte per inseguire il sogno americano, concerti, groupie, soldi, probabilmente una collaborazione con Kanye West che tanto lavora pure con me tra un po'.
Ora. Detta così c'era il materiale per farne uno dei film dell'anno, invece Frank è a malapena il film della settimana, forse neanche quello.
Il problema è tutto nella fenomenologia della parola hipster.
La parola hipster è balzata all'attenzione di noi giovini internetdipendenti da qualche anno, dopo che i film di Wes Anderson erano diventati miti generazionali (insieme a Juno e a un'altra manciata di pellicole del genere), dopo che le gif glitterate di MySpace erano morte e sepolte, dopo che i più fichi stavano su Tumblr e non su Facebook, dopo che i flyer delle discoteche non erano più tutti flashosi come quelli della Baia Imperiale, ma pieni di frecce, ibridi uomo-testadi[inserisci qui animale qualunque], paesaggi pastello e fiori, dopo che le camicie tutte quadri non erano più appannaggio soltanto dei taglialegna e dopo che il concetto di "rasoio" era diventato più vecchio di quello di "telefono fisso".
A quel punto OGNI persona che aveva una barba è diventata hipster, e ogni persona con una barba a cui veniva dato dell'hipster rispondeva "ma io ce l'ho da prima", da prima di che? Da qui il corto circuito.
Ora, ci sono cose dell'estetica hipster che sono - innegabilmente - molto fiche, o certamente più fiche delle creste colorate punk o dei pantaloni strappati grunge o dei capelli blu sulla faccia emo. Certo poi ogni espressione modaiola, se estremizzata, inevitabilmente, diventa macchietta, e ad oggi la diffusa hipsteria ha iniziato a prendere in giro se stessa, le barbe sono sempre più lunghe (ancora rido per quel meme), i risvolti dei pantaloni sempre più alti, i gruppi musicali sempre con più ukuleli.
Ma se c'è una cosa che dà fastidio della moda hipster è l'inguaribile negazionismo che si porta dietro. 
Perché diavolo ogni hipster - palesemente hipster dio mio - a cui si dice "hey sei hipster", risponde "No. Io non lo sono." Avete mai sentito dire un metallaro dire "Gli Iron Maiden fanno schifo". Un dark dire "Non mi mettero mai il cerone in faccia. Mai e poi mai." Insomma perché negarlo?
Chissà se chiedessimo al regista del film cosa ne pensa del fatto che il suo film è palesemente hipster.
Musica sperimentale cantata da un gruppo multietnico e capitanata da un tizio in maschera? Hipster. Cottage tutto di legno con copertine ricamate e arredamento vintage? Hipster. Barba che il protagonista si fa crescere senza un vero motivo mentre tutti gli altri no? Hipster. Calzini con stampa di babbuino? Hipster. E via dicendo...
Probabilmente negherebbe l'evidenza.
L'evidenza di una sceneggiatura davvero povera di spunti se non quello iniziale, che tratta maluccio sia il tema musicale - nessuna delle canzoni proposte dai  è davvero interessante o sperimentale, e anche io che sono un musicoleso capisco che anche se volevano appositamente fare quelli strani, anche quando poi, sul finale, rifilano una canzone vendibile, non è che mi pare poi così vendibile

sia la storia in sé, che si risolve nel più banale degli snodi e nel più stanco dei sentimentalismi.
Protagonista scialbissimo, quel Gleeson figlio, pora creatura all'ombra di quel grand'uomo di Gleeson padre, un Weasley come si nota dai capelli, che incredibilmente sembra essere uno di quelli che lavora di più tra coloro che hanno fatto parte, parlo dei giovani, del franchise Potter, attore che non riesce a rendere né la perenne sfigataggine che si dovrebbe portare dietro in quanto artista fallito, né quella voglia di "svoltare" nell'ambiente anche a costo di sfruttare la psicosi del povero Frank, un contrasto (disillusione/ambizione) che avrebbe dovuto essere trattato con ben altra cattiveria e sarcasmo e recitato con dovizia di sfumature, non solo faccette dismesse e balbuziette isteriche.
Ovviamente a catturare l'attenzione è Fassbender, membro (!) cardine del gruppo e del film, che riesce sì a raccontare la mente disturbata del suo personaggio usando solo il fisico, ma che comunque rimane ancora troppo bello per un ruolo del genere: quando si spoglia e vedi che fisico si ritrova tutto stona un po'... come la musica del film

E la  vigliaccheria del regista fa bella mostra di sé nel momento esatto in cui Michael si toglie la maschera. Voi avete per caso visto il bel visino di Tom Hardy?
Frank poteva essere un eroe, un supereroe del cinema hipster, invece è un personaggio che si consuma troppo presto, che cerca di essere hipstericonico con talmente tanta veemenza da risultare falso, falsissimo, costruito (a parte il fatto che è effettivamente fatto di cartapesta). Ecco, è il gap tra star e personaggio che è stato gestito veramente ma veramente male, non ci si scorda mai che la faccia sotto la maschera è quella di Fassbender e non ci si ritrova mai davvero a empatizzare per lui.
Io poi volevo le interviste a Frank, non a Michael che poi si toglie la maschera.

La maschera è tutto. La maschera è il personaggio e non il contrario. La maschera è importante e non è che puoi togliertela appena ti fanno un'intervista in TV.




Bene.






Detto questo.





Passiamo oltre. 
Vorrei sapere se il vero Frank si è mai tolto la maschera. Esatto. Esiste(va) un vero Frank:

Quindi il film è tratto da una storia vera? No. Solo che Frank è dichiaramente ispirato a questo Frank Sideboottom (e al suo ukulele) di cui francamente - essendo io musicoleso, come già sottolineato - non avevo mai sentito nominare. Certo è che solo Fassbender poteva fare quel personaggio, sono uguali! 




Dunque.




Riassumendo: Frank non sarà certo un film ricordato dai posteri, e manco dagli hip(o)steri. Di ben altre maschere è fatta la storia del Cinema: