lunedì 11 marzo 2013

IL GRANDE IMPOTENTE OZ

Il grande e potente Oz
Trama: L'Oz è il padre dei Wiz

Il grande e potente Oz è un brutto film. Non brutto quanto Alice di Tim Brutton, ma lontano mille miglia dall'idea di film che poteva uscirne fuori. 
Potreste anche smettere di legger qui, invece perché non continuare? Di cose da dire ce ne sono, e quasi nessuna di queste è positiva.
Prima di tutto grazie Disney. Grazie per aver tenuto il peggio alla fine. Avevi i diritti di Oz da cento anni e te li sei giocati nel momento peggiore, oggi; oggi che vanno di moda i film sulle fiabe (e non ho detto film fiabe, quelli, come si dice, sono un'altra storia) e sono brutti e orrendi e penosi. E anche quando li salvo, è anche un po' per disperazione.
Ed eccoci al momento tanto temuto, cerchiamo di dimenticarci per un attimo l'adagio "te lo dovevi aspettare"... ok? Sennò la recensione la chiudevo a frase 1. Eccoci a vedere la prima trasposizione Disney del mito di Oz. Forse hanno confuso con Ozio.
Eppure io non me l'aspettavo, ci volevo credere, volevo pensare che per una volta i miei ricordi, così come lo ricordo io Oz, fossero rispettati nella loro poetica fantastica. Ci ho creduto perfino quando mi hanno strappato il biglietto, che era verde smeraldo pure lui, per puro caso
E invece fantastoca.
Dunque, la Disney, carica dei soldi dell'incasso di Alice produce subito subito un prequel di Oz, quindi niente Dorothy, niente scarpette rosse, niente leone, taglialegna, spaventapasseri, al loro posto altri. 
Seguiamo le avventure molto poco rocambolesce di questo Mago ciarliero e ciarlatano, in un primo quarto d'ora in bianco e nero (in questo almeno si rispetta la tradizione), un bellimbusto fascinoso quanto vuoto, egocentrico quanto bugiardo, Chicken quanto Broccolo.

Si tratta del Mago DonascimentOZ, interpretato da un James Franco che fa rimpiangere se stesso in praticamente ogni film da lui interpretato, pure quello delle scimmie. Il suo Mago OZthelma (probabilmente per chiari dettami "stilistici") pare un miscuglio mal riuscito di Johnny Depp nei Pirati dei Caraibi + Johnny Depp in Willy Wonka + Johnny Depp in Alice. Capite da voi cosa ne può uscire fuori: mossette a più non posso, overacting che probabilmente gli hanno detto "Jimmy, fai un po' come in The Artist, fai l'esagerato, fai come fossi in un film muto vecchio. Daje. 


Fai le mossette che poi con Photoshop ci mettiamo tutte le cose che distraggono da quanto stai recitando male". Fastidio.

E lui lo fa, perdendo ogni credibilità. Stesso dicasi per i suoi compagni di viaggio. Una scimmia volante vestita come Tim Roth in Four Rooms, antipatica e inutile - dio santo, quella scimmia NON FA NULLA! Io mi aspettavo, minimo, almeno un tardo risveglio sul finale, non so, sai un po' alla Neville Paciock, e invece il nulla, l'apatia, l'immobilità e i tempi comici di un paguro imbalsamato. 
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Anche quest'altra sì che ha verve
Se la scimmia doveva essere il "fonzie" del gruppo hanno proprio scommesso sulla scimmia sbagliata. Non saprei dire se con il doppiaggio di Zach Scrubsbraff le cose vanno meglio, ma tanto mi è sempre stato antipatico Zach, quindi.
C'è poi una bambolina di porcellana, oggetto inanimato e fragile (un po' unione tra spaventapasseri e taglialegna) che serve più che altro a accudire le bambine in sala con dei "checcarina", "cheddolce". Riuscita a livello tecnico (la computer graphic regge, nulla di roboante, ma ok), il personaggio diventa antipatico nel giro di un nanosecondo.
E poi? Non sono sempre stati tre? Sono sempre stati tre... e invece no, solo due compagni di viaggio per questo Mago GalbOZsera per nulla affascinante. Pur vero che è un po' difficile immaginare che James Franco poi sarebbe diventato così:
Ci deve essere un'aria irrespirabile nella Città di Smerdaldo.
Lo sapete, OZ è la mia fiaba preferita, ognuno ne ha una, Oz è la mia. Le motivazioni vengono da lontano, ovviamente, da ricordi di letture genitoriali e da letture personali in diverse fasi della mia vita. E riconoscersi nei tre compagni di viaggio di Dorothy è naturale (probabilmente più facile per un uomo che per una donna) quanto interessante. 
Il mio preferito? Ovviamente lui
[sì l'ho fatta io mille anni fa, ok?]
Il cuore che senti mancare. L'immobilità della ruggine. Sapere che forse muovendoti sentiresti quel battito, ma la ruggine. La ruggine. 

Forse pensi troppo, come lo Spaventapasseri?

O forse sei solo codardo, Leone che si imbelletta la criniera e poi al primo bosco notturno si spaventa...
Ma l'Omino di Latta è proprio il mio preferito. Nel nuovo Oz non c'è nulla di tutto questo. Vedo lontano mille miglia, alla fine di una strada lastricata di smartphone, la possibilità che i bambini di ora si possano davvero appassionare al film, riconoscersi in solo uno dei personaggi e ritrovarsi adulti a chiedersi quale più li rappresenta ancora dopo tanti anni.
E a dire il vero l'unica fiaba contemporanea che mi viene in mente è solo e sempre Harry Potter.
Di solito - almeno nelle ultime trasposizioni fiaba-cinema - capita di leggere che regista, sceneggiatori, attori, hanno "cercato di dare alla fiaba due letture, una di puro intrattenimento per i più picocli, ma anche una lettura più adulta, in modo che anche i genitori potessero gustare il film". In Oz non v'è né l'una né l'altra: il piattume del divertimento bambino è una pianura dove non crescono i fiori, forse giusto i papaveri soporiferi: le battute sembrano scritte da un comico di Zelig, giocate poi con tempi comici astrusi, pause sbagliate, grigiore stilistico (e dire che il grigiore poco si adatta ad OZ, mondo che riesce a portare colore nella vita in bianco e nero di Dorothy). E per la lettura adulta, ma andiamo, si risolve tutto in due battutine del Mago GabrielOZ sul fatto che si scopa tutte le streghe...
E lo sapete, c'è un momento esatto in cui la rassegnazione (che alle volte può aiutare a farti sopportare un film e cercarne comunque il buono) diventa fastidio: quando arrivano i nani ballerini.
I nani sono l'ultimo baluardo di una risata becera, ne abbiamo parlato tanto a proposito di come i due film su Biancaneve trattano la figura dei nani, e oggi, nel 2013, dopo Il signore degli anelli, dopo Harry Potter e dopo Games of Thrones, tu proprio non puoi farmi i nani ballerini, è un offesa alla mia e alla tua intelligenza (oltre ovviamente che per tutti i nani); e voglio credere che James varie lauree Franco e Sam Raimi questo lo sappiano. 
E si torna alla Disney. 
Quando esattamente la Disney è diventata il Male? Quando, di preciso, è passata dal lato oscuro della forza (!)? Sono solo i soldi che l'hanno cambiata? Come la Chiesa? O sono io che sono cresciuto? Eppure io mi ricordo la cattiveria assoluta di Crudelia de Mon, l'innegabile pedofilia del Tricheco baffuto, l'odio di Capitan Uncino (ovviamente il Cattivo è sempre il metronomo per la riuscita di una fiaba, ovviamente). Mi ricordo le emozioni, mi ricordo il coraggio, le trasmutazioni, le bislaccherie, il divertimento urca urca tirulero e ne faccio bagaglio irripetibile? Cioè ormai guardo tutto con occhi filtrati dalla mia veneranda età e vivo nel continuo auto-convincimento che "non ci sono più i film Disney di una volta". E, nel particolare di Oz, mi ricordo la Paura delle scimmie e della strega:
Ora la Disney è schiava del CGI, compra Pixar e Guerre Stellari, compra tutto la Disney, è un orco che fagocita bambini e caga arcobaleni, solo che i bambini a quel punto sono morti e alla fine dei colori c'è sì la pignatta piena d'oro, ma trasformata in conti off-shore per i dirigenti.
Oz mi ha fatto innervosire, perché io AMO Oz, amo Dorothy nella sua palese diversità con Alice. Alice principessina inglese sul pisello del suo inventore (!), antipatica e "signorinella", che fugge nel suo "mondo ideaaal" per poi fare sempre la svampitella "oh e se mangio questa? Oh e se bevo quest'altra?". Mentre Dorothy, Dorothy che cacchio ne sa chi è Puccini?! Dorothy è una scafatella del Kansas, destinata ad una vita in fattoria curva a mungere vacche, la cui vita è in bianco e nero. Ma che, nonostante tutto, sa prendere dal Bene dagli zii, dagli amici anche se più grandi di lei, e dalla vita di campagna prende tutta la sua energia e, nonostante torni più e più volte a Oz, sarà sempre spinta dalla regale (ben più regale della noia che fa addormentare Alice mentre sorella antipatica e madre lagnosa sono sul praticello a non fare un beneamato nulla) voglia di tornare a casa. La sua casa. C'è da diventare la sguattera della Strega? Rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro, ops, mi è caduto un secchio d'acqua... (se, caduto...)
Ma torniamo al film. Ripeto, il film è brutto, bloccato nella sua inconsistenza, sembra non succedere nulla mai, si spera per tutto il tempo in un momento di epicità, in uno sguardo più ampio sul mondo di Oz e sui suoi contrasti, sui suoi abitanti, tanto diversi, alcuni atrocemente buoni altri candidamente spietati. E invece no, invece per tre volte (tre cicli che si ripetono ad ogni apparizione di nuova femmina) assistiamo solo alle mossette del Mago Di ArcellOZ che ci prova con le tre streghe di turno, che meritano, ovviamente, un capito a parte.
La cattiva tout-court Rachel Weisz, l'iraconda e tradita Mila Kunis e l'eterea e bamboccesca Michelle Williams sono le tre streghe che cascano ai piedi del Mago GalbuserOZ, che tutto preso dalle sue bugie (dentro e fuori dalla scena), si limita a fare allusioni sessuali che danno solo sconforto. 
Le tre streghe e le loro dinamiche sono, molto semplicemente, insulse. Oltre ad una colpevolissima bidimensionalità, le interpretazioni "ammazzano" quanto di "bono" poteva esserci (sono effettimamente tre belle ragazze, ognuna con il suo modo di esserlo).

Ma Rachel Weiz è paralizzata, Mila Kunis che continua a fare quel gesto con la mano che manco Bela Lugosi ed è vestita come una tanghera argentina

Michelle Williams che pare fatta di metadone, in un modo soporifero di fare la "dolce"

Rivoglio la mia Strega buona del Big Babol

Le interazioni con il Mago OZurlì sono macchinose, il film è costellato di salti di montaggio impediscono una vera fluidità, ma proprio salti fosbury, e la battaglia finale, che per antonomasia dovrebbe essere il climax, o perlomeno un climax, si riduce a dei macachi volanti

un po' di Dragonball [cit.]


e qualcosa che sembra Bastardoz senza gloria con il Mago PanciOZne che appare nel fumo.
Inoltre ditemi voi dove una strega che è appena diventata verde e controlla il fuoco con la sola imposizione delle mani si fa spaventare da dei fuochi d'artificio. Manco a Disneyland.
Sam Raimi è un regista mago dell'horror, e ripropone sempre delle cifre stilistiche tipiche dell'horror (vedi Osbourne in Spiderman, ma non vedere Spider Man 3), e alla notizia che sarebbe stato lui a dirigere (ma non digerire, evidentemente) OZ avevo sperato, e molto. Le streghe. Ci siamo capiti.
E invece siamo lontani dalla bellezza, e nessuna Dorothy si arrenderebbe mai a queste tre tizie in vestiti di piume e pailettes. Aridatece la strega originale, guardate che bel colorito verde broccolo

Invece, quando Mila Kunis diventa la Strega dell'Ovest, ci si propone un'indigesta strega imbolsita e patetica; poi qualcuno mi spieghi chi ha visto nel viso 16:9 di Mila una strega arcigna, tanto che infatti sembra una strega verde soto botox.
Unica lancia da spezzare in favore di Raimi, in un guizzo che arriva però fuori tempo massimo, è quando ci ficca dentro un'unica e sola scena degna di lui, l'apparizione di una delle sue streghe orride, porrose e dai denti marci, quelle che ti fanno saltare sulla sedia, con le dita ad uncino e le pupille a spillo.
Ah no, ce n' un'altra: i titoli di testa, francamente molto riusciti. Certo un po' poco per un film di due ore e passa.
Poco, troppo poco, soprattutto quando, nel finale, si torna impuniti nell'imbecillità, di nani arrabbiati che fanno sempre ridere, ma mai come i nani ballerini - e nessuno venga a dirmi che i naniballerini c'erano anche prima

che qui corre la differenza tra gli oompa-loompa originali e quelli dell'orrendo Wonka di Brutton (sempre lui) - e di vecchioni omoni neri saggi con la lunga barba bianca usciti da non si sa dove.
Mi aspettavo poi - da bravo nerd - anche qualche citazione agli altri Oz. Il leone codardo è relegato ad una roba che manco in Narnia è stato peggio, si accenna agli spaventapasseri (che però qui non sono animati. boh.) e nessun rimando a noi taglialegna, sono stati proprio senza cuore. Mentre invece - unico vezzo - ecco apparire in bella mostra un ragno fluorescente mentre tesse la sua tela.
Ok, ripeto che probabilmente le aspettative sono sempre quelle che poi ammazzano il risultato. Ma che male c'è a rimanere con la propria voglia di sognare ad occhi aperti? Non è per questo che ci hanno raccontato le favole prima di andare a letto?

Io volevo un Oz pauroso come è stato quello strano esperimento anni Ottanta (e invece non c'è un attimo di vera inquietudine), o volevo l'innocenza e il candore dei tre compagni di viaggio, che poi sono l'uomo perfetto (cuore, coraggio, cervello), diviso per tre. Invece ho avuto Bruce Campbell col nasone e James Franco e Mila Kunis che saltellano come degli idiota sulla strada lastricata di mattoni ma forse erano panetti di coccoina? Sono ben diversi i saltelli felici di un tempo

Ma forse ho imparato la lezione: non nutro nessun entusiasmo per Jacktantomento per Hansel (va un casino quest'anno) & Gretel. Certo però il Pinocchio di Del Toro! La Cenerentola di Kenneth Branagh! La Bella Addormentata con Angelina Jolie! Che entusiasmo!
Brutto mondo per la fantasia. Se avessi avuto un cuore, avrei pianto.

giovedì 7 marzo 2013

Acqua e buoi dei paesi tuoi

Promised Land
Trama: A Matt Damon non far sapere quanto è bona la contadina con le pere

Matto Demone in questo film è veramente un farabutto!
Lui è un rampollo di una qualche multinazionale cattivissima, di quelle che se ne fregano di tutto e tutti e viene mandato in questo paesino rurale della profonda America, quella dei valori, delle torte alle ciliegie, quella dei trattori e della chiesa la domenica. Uno di quei paesi che - per fare la citazione colta - in molti non esiterebbero a chiamare "laggiù".
Insomma va in questo paesino per distruggerlo. Ma mica facendo come farebbe un vero uomo, o un pazzo omicida o al limite Bourne, che ne so con un mitra in mano e ammazza tutti i bovari bovi compresi, no lui va lì con dei bicchierini d'acqua avvelenati e goccia dopo goccia gli avvelena tutto. Ma non l'anima! Perché contadino scarpe grosso e cervello fino, loro, la gente pura del profondo Kansas (o era l'Arkansas, mai capita la differenza…) non si fanno inciucciolare! I bifolchi hanno dei valori talmente forti e puri che pure (!) Matt si fa contagiare e da che era farabutto, diventa buono, diventa buontempone, diventa bovaro pure lui e dice no alla multinazionale dell'acqua avvelenata cattivissima evviva la terra evviva gli aratri evviva il mulino bianco!
Il film di Gus Van Sant (quel tipo di Gus Van Sant che ti fa venire voglia di andare a casa sua a riparargli tu le persiane che se non aveva i soldi per farlo e ha fatto il film solo per pagarsi gli operai, potevi chiamare Gus, tra amici se fa…), è un film che può vantare un'indimenticabile tagline che suona più o meno così: NESSUNA MULTINAZIONALE DELL'ACQUA AVVELENATA, DELLE TORTE ALLA CACCACIOCCOLATA E DELLE POLPETTE AL CAVALLO IKEA TI FAREBBE MAI VEDERE (come se poi le multinazionali in generale si fregano davvero di quello che vedono la gente, che ne sanno la gente) è di una banalità e pochezza talmente sconcertante che andrebbe sì vietato per quello. Altro che multinazionali, sul poster ci scriverei IL FILM CHE LE PERSONE INTELLIGENTI E AMANTI DEL BEL CINEMA NON TI FAREBBERO VEDERE MANCO MORTE (questa frase potrebbe cambiare nel caso una multinazionale mi chiamasse... ora!...ora!...oooora! e mi offrisse di vendere l'anima al diavolo denaro. Dove devo firmare?)
Comunque visto che so che vi sarete chiesti di chi fosse la fina citazione citata all'inizio, vi copio/incollo l'incipit di A sangue freddo di Capote, uno che sì scriveva bene. Quasi quanto me e che descrive la ruralità con abbacinante chiarezza, pur nascendo e gravitando in zone talmente lontane (il jet set, le ville hollywoodiane, Marilyn) che ti fa assaporare il vero significato di "Genio". Quasi quanto le mie recensioni. Becca:
Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita «laggiù.» Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l'aria limpida e secca, ha un'atmosfera più da Far West che da Middle West. L'accento locale ha pungenti risonanze di praterìa, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paurosamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di silos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggiatore li raggiunga. Anche Holcomb può essere scorto da grandi distanze. Non che ci sia molto da vedere; solo un confuso agglomerato di costruzioni diviso al centro dai binari della Ferrovia Santa Fé, un borgo qualsiasi delimitato a sud da un tratto del fiume Arkansas (pronunciato Ar-kansas),' a nord da un'autostrada, la Route 50, a est e a ovest da praterie e campi di grano. Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango.
Sai anche un altro capace di raccontare con fini rime il candore dell'uomo che vive ai bordi di periferia e relativi sogni di luoghi ameni? Lui:

Siamo i Matt Damon di oggi...

mercoledì 6 marzo 2013

Kid Man

The paperboy
Trama: I'm a barbie Kidman in a barbie world

Questo è un film ben strano. Arrivati alla fine ci si fanno delle domande, la più grande di tutte è "Ma Nicole Kidman si è botulinata anche il cervello oltre a tutto il resto?"
echalepuppeapperaaperaperaperapera
Dunque, ricapitolando velocemente: Florida (caldo di sudare quindi), anni 60, Zacchete Efron passa le sue giornate in mutande per la gioia delle ragazzine e dei ragazzini
Ad un certo punto suo fratello, Matto Meccanigo, torna a casa con alcune cicatrici in faccia e un amico giornalista nero. I tre fondano una sorta di giornale e si dedicano ad un caso di omicidio con molti punti oscuri, il punto più oscuro è la testa del presunto omicida, John Cosak, il quale ha intrapreso tempo prima una corrispondenza di amorosi sessi con una bambolona bionda disperata, Nicole Kidman, appunto.
Il resto è tutto un compendio di umanità distrutte, anime piegate, vite interrotte (non a caso il regista è lo stesso di Precious), corpi nudi e sudati, ma con una continuità altalenante, momenti di noia e picchi di depravazioni varie ed eventuale, insomma cose decenti e cazzate immonde. Ma tornando alle domande di cui sopra, eccone altre sparse...
Ma che bella è la piega che ha preso la carriera di Matto Meccanigo? (oltre al fatto che sta sempre mezzo nudo anche lui per la gioia delle ragazze)
Da quando ha deciso di diventare un attore vero (oddio, devo ammettere che sta un po' esagerando con questo accento stascicato del sud, è tipo la 4° volta consecutiva che lo fa dopo Bernie, Mike e Joe e manco una candidatura all'Oscar ma non riapriamo vecchie ferite), però cavolo, ormai è definitivamente un attore di caratura, anzi oserei dire che il film lo regge lui (lui e la Kidman in effetti ma per meriti diversi).
Ma perché Zac Efron sta sempre in mutande, ma proprio sempre eh?
Ma che tristezza può fare John Cosack in versione killer pazzo con l'occhio sempre a palla e le scene di rough sex (che dopo questo e questo abbiamo ormai capito che si è totalmente rincojonito…non che sia mai stato un attore da pesi massimi, però alcune cose decenti le ha pure fatte, molto tempo fa (non me ne ricordo neanche una al momento, così buone forse non dovevano essere).
Ma a proposito di rough sex (sempre viva), hanno davvero senso di esistere le tre scene tanto incriminate? Che così come arrivano con la loro conclamata voglia di sconvolgere poi se ne vanno senza aver lasciato una vera traccia di sé... se non un certo olezzo di stantio e di "famolo strano, sia il sesso che il film"? Ovviamente parlo della scena di masturbazione esposta in carcere e il successivo coito di John Cosak. Visto? Fa senso anche a parlarne, e noi ci uniamo alle facce attornite dei ragazzi accanto alla Kidman barbie calze rotte e patata bollente...
Poi una scena di pissing (questa in effetti una delle più assurde viste negli ultimi anni) dove il povero Zacchete si fa pungere dalle meduse e si sa, per far passare i pizzichi delle meduse nono c'è niente di meglio che una Nicole Kidman che ti piscia addosso e infine una scena con un povero Matto Meccanigo incaprettato e pestato a sangue da due uomini neri che cattivi…
Ora io capisco la voglia di fare i bordeline a tutti i costi, ma poi se il film è solo quello, diventa ridindondante.
A ultima domanda: ma quanto fastidio può dare Macy Gray? Ma il regista ha deciso che deve far diventare attori tutti i cantanti neri del circondario, già ci ha "regalato" Lenny Kravitz, mo non è che mi devo trovare che ne so, Rhianna attrice. Come? Ah.
Insomma Paperboy è il film che quando lo vedi ti fai delle domande, solo che quando l'hai finito non te ne frega niente delle risposte.
Rimane il fatto che la deriva Barbie porno della Kidman un po' pen...a mi fa
Era meglio i tempo che fu

E io che pensavo fosse un film su questo

martedì 5 marzo 2013

Paolo avvizzì

Tutti i santi giorni
Trama: Thony, ma nero 

Ci siamo abituati ad un Virzì quasi perfetto, più o meno infallibile, vero e (quasi) figlio unico - anzi nipote unico - della Commedia all'Italiana; tra i pochissimissimi capace di raccontare in maniera veramente attuale il famoso adagio "Vizi e Virtù dell'Italianità media e non" con sardonico passo, dolce passione, divertita amorevolezza. 
Virzì non ha per davvero sbagliato un colpo, da La bella vita in poi solo bei film, quando non grandi (Ferie d'agosto, Ovosodo, Tutta la vita davanti e La prima cosa bella indubbiamente i suoi film migliori). Magari alle volte non è andato proprio vicino al centro, e la sua carriera è fatta anche di film "minori" (Baci e Abbracci, N, Caterina, Tanino), ma mai realmente spiacevoli. 
Ed ecco invece il suo primo film davvero sbagliato in (quasi) tutto. Tutti i santi giorni (il titolo però, quello è azzeccatissimo) è minore tra i minori.
Il problema, paradossalmente, è lo stesso che invece, altre volte, innalza i film di Virzì allo stato dell'Arte: il suo amore per gli attori. 
Lo abbiamo detto più e più volte, Paolo Virzì prende un tavolino e lo trasforma in Mastroianni, prende la Ramazzotti e la trasforma in Grace Kelly (oddio, forse ho esagerato un po'… ma avete capito), è uno insomma che riempie i suoi personaggi di una tale umanità che quando finisce il film è come se avessi ascoltato per un'ora e mezza il racconto di un tuo amico. Un tuo amico Vero.
Di Tutti i santi i giorni, invece, te ne frega veramente poco, e invece di volere saper come va a finire, vuoi solo sapere quando va a finire.
Certo, ci sono brevi momenti (brevissimi, a dire il vero due contati) e l'abbozo di un personaggio "virziniano" (il Lui della coppia), dolce, carino, tenero, delicato, candido e umano; ma c'è una storia troppo esile nonostante la sua ostentata "gravità", c'è uno sguardo un po' stanco e ripetitivo nelle dinamiche di coppie, c'è l'inserimento del tutto inutile di una parentesi romana "zora" (dicesi coatta, tamarra) che più che raccontare un certo tipo di romanità burina diventa iconografia spicciola, soprattutto perché nell'economia della storia non c'entra veramente niente, anzi addirittura appesantisce, e infastidisce doppiamente visto che Virzì ha sempre rispettato con sguardo umanissimo ogni "prodotto tipico" di ogni regione (dai romani coatti ai toscani intellettuali, dai napoletani caciaroni ai SUDati pieni di calore umano). 
Ebbene l'Amore di Virzì per i suoi attori si trasforma nel problema: quando con Micaela Ramazzotti (che infatti poi ha sposato) è riuscito nel miracolo di trasformarla da Zora a dolcissima ragazza di borgata capace di sentimenti e profondità oserei dire "pasoliniani", qui Virzì si innamora perdutamente di un personaggio anacronistico: tale Thony (al secolo Federica Victoria Caiozzo), una cantante del tipo Cristina Donà che carica le sue canzoni su MySpace, Virzì la sente, la nota, se ne "innamora" ed è subito attrice protagonista di film. Il problema è che la natura universitaria e "so 90's" di tutta questa operazione  - come anche stanche e nate vecchie sono le sonorità e le sue canzoni sospirate da Thony Capuozzo - fa "spompate" tutto il film. Thony non è un'attrice, ok, è naturale, ma è antipatica, la sua  esperienza di cantautrice è fuori tempo massimo: il viaggio a Londra coi capelli rosa, le canzoni con la chitarra nei pub, le Dr. marteen's e la custodia della chitarra. E quel dialetto strascicato...
Sarà, ma queste cose mi sembrano passate da anni. Se rivedessi ovosodo mi sembrerebbe vecchio e anacronistico anche quello? Francamente non credo.
Spero vivamente che dopo questo secondo passo falso consecutivo (il precedente è stato il fallimentare doppiaggio di quella caccola verde in Ralph Spaccatutto, un peccato di egocentrismo spiacevole: se sai dirigere così bene gli attori, dovresti saper riconoscere il te stesso incapace di recitare/doppiare, no?) Virzì ritorni in sé e ci regali un suo nuovo vero grande film.
Il vero problema sta proprio in Thony, personaggio odioso presumibilmente anche nella vita. Se questa è una (rock)star nostrana in carne ed ossa, vera e reale, allora forse preferisco quella finta e recitata male di Claudia e del fratellino di Virzì.

lunedì 4 marzo 2013

Il vecchio e il MAME

Robot & Frank
Trama: A.I.lzheimer

Ma perché non vi fidate? Ma quando io dico le cose, ma perché non ci credete?!
Io vi avevo detto, qualche tempo fa, che il 2012 era l'anno dei robot, ma non di quelli che spaccano tutto, quelli invece docili e gentili, novelli omini di latta senza un cuore, quelli che sono sì fatti di chip e bit, ma che inevitabilmente poi diventano amici per la pelle (sintetica ovviamente) e voi no, voi ancora a dire che non eravamo robot che invece eravamo nell'epoca degli uomini e dei sentimenti. Invece adesso ci sono i robot coi sentimenti. Sono robot, ma hanno un cuore. Pensa un po'.
Robot & Frank è l'ennesimo racconto - a dire il vero abbastanza flebile e a tratti un po' stupidino - del rapporto probabile, quantomeno possibile, tra uomo (in questo caso vecchio) e robottino fatuttolui, cioè invece di parlare col bimbo, parli col Bimbi.
Frank Langella è un ex ladro, ormai smangiucchiato dalla vecchiaia, dall'osteoporosi e dai vuoti di memoria. I figli (una Liv Tayler inutile e un Ciclope trasparente) gli mettono a casa una specie di Asimo, un robottino tuttofare: primi dieci minuti odio "non mi serve sto in formissima", resto del film amore/proiezioneuomo/robotconanima e tutto il cucuzzaro.
La voce di Asimo (proprio come Kevin Spaccimm e Julianne Moore, ora gli attori nel CV hanno le voci di robot, non sei un vero attore se non sei stato voce di robot) è di Peter Sarsgaard, uno che non riesce proprio a farsi ricordare, tranne da me che ho il contrario dell'Alzheimer selettivo: non ricordo le cose importanti ma ricordo le stronzate come i film di Peter Sarsgaard tipo questo questo questo e questo. E questo, purtroppo per lui.
Il film non è che sia proprio orrendo, più che altro dimenticabile: non dice nulla di nuovo (e lo dice in un minutaggio da denuncia), insomma nulla che non sia già stato detto mille volte quando si parla di robot, golem, Pinocchio e A.I., cioè per dire che ci è arrivato pure Nathan Never a cose del genere. Perché comunque I ROBOT SONO QUI! I ROBOT INTELLIGENTI CHE FANNO TUTTO COME L'UOMO ANZI MEGLIO PERCHÉ ROBOT È PIÙ INTELLIGENTE DELL'UOMO ESISTE!| ECCO LA DIMOSTRAZIONE:
Poi questo futuro distopico vicinissimo - lo stesso di Black Mirror per capirsi, quello dove ci sono ancora i negozi di saponette alla lavanda ma non più le librerie, perché di saponette alla lavanda c'è sempre bisogno, di libri non tanto c'è Kindle - francamente ci ha anche un po' scassato. 

Lo sappiamo che tanto tra 15/20 anni avremo tutti Asimo a casa. O al limite dei nani mascherati da robot tutti bianchi come in questo film, chissà se è lo stesso di Marvin. Le famose nanotecnologie.
Io comunque Asimò ce l'avrò sicuro, figurati, sono rincoglionito e per nulla autosufficiente ora che ho la veneranda età di 34 anni, pensa tra altri 30. 
Sono andato nel futuro e ho fatto un po' di scatti della mia vita con Asimò:

sabato 2 marzo 2013

Reality Short

Visto che ne abbiamo parlato...

venerdì 1 marzo 2013

Neorealitysmo

Reality
Trama: Grande Fardello

Dietro Reality di Matteo Garrone si nasconde lo stesso stimolo che spinge gli sceneggiatori di Black Mirror - non casualmente posizionato ieri - a raccontare storie di estremismo tecnologico, annullamento di personalità, fuga dalla realtà, corse dietro falsi miti.
Reality è la storia di tutti quelli che si mettono in fila nei centri commerciali, nei parchi acquatici, nelle discoteche in ogni dove per fare i provini del Grande Fratello, e sono tanti, tanti quanti non si possono neanche immaginare. Sono di quelli che non ce li hai mai amici su FB (come quelli che votano B.) ma che invece esistono, e sono più numerosi di te e dei tuoi amici di FB.
Il Grande Fratello è stato il programma che ha sfondato il "Muro del Sono", una Novità vera in panorama televisivo fatto di quiz e Sanremo. Il primo GF lo abbiamo visto TUTTI; e sfido chiunque anche quello che si sente il più lontano dai miti televisivi di voi a dire che non ha visto la prima serie, quella con Taricone, il pizzettaro biondo, Marina la rosa in perizoma e gli altri. 
Poi, sotto i nostri occhi, inesorabile, la distruzione programmatica dell'Io, perso dietro il falso mito del successo, del "ce l'ho fatta"... ma a fare cosa? Cosa?
Eppure vorrei seguire le orme di Garrone che riesce, in un film bellissimo e terrificante, a non giudicare MAI chi a quel falso sogno ci crede, riesce a non puntare mai un dito moralizzatore verso chi vive più vita in quella Casa che nella sua casa vera, riesce a raccontare, e basta, chi vive le vite altrui scordandosi la propria.
Fino ad un certo punto, poi, c'è anche da capire il germe che fa nascere la fascinazione per la "bella vita" da star. Se non avessi anche io il fascino del personaggio famoso (nel mio caso gli attori, neanche i cantanti vi dirò, ma gli attori, quelli sì) non starei qui ogni giorno a vedermi un film, a commentare gli oscar, a cercare gif di gente triste perché ha perso un premio. Ma c'è realtà e realtà. E proprio come Garrone non vorrei giudicare; per una volta non voglio salire sul mio solito piedistallo e dire "Coglione, ma ti pare che vai/guardi/parli del Grande Fratello. Sei proprio coglione."... perché alle volte penso che forse, forse hanno ragione loro. Sono meno complicati in fondo, sono contenti perché hanno votato quello nominato e quello è uscito che "meno male lo odiavo". Non si fanno tutte le mie paranoie, loro hanno la serata in discoteca col personaggio famoso e se va bene ci rimediano la foto insieme.
Per fortuna lo penso solo alle volte.
Però mi preme non fare questo errore, anche perché io, Ciebbì, sono il PRIMO della lista quando c'è da lobotomizzarsi di fronte ad un reality. Mi è capitato tempo fa, ero in una casa con TV (vi ricordo che, per grazia ricevuta, io non ho la TV) e non appena è iniziato Malattie Imbarazzanti io mi sono scordato anche il mio nome, mi sono scordato di quello che mi circondava (ed era una cosa molto bella), mi sono lobotomizzato; fine, mi interessava solo sapere come aveva fatto la signora a risolvere quell'orrendo disturbo imbarazzante, forse ci aveva pensato il Boss delle torte.
Reality, pur essendo un film che parla di televisione, e ce n'è da dire, non scordiamoci questo, ad esempio) è il cinema italiano possibile, quello fatto di tutto il passato grandioso che il cinema del Bel Paese (ora non più) ci ha lasciato in eredità: il Neorealismo, la commedia all'italiana, i caratteri e le maschere, la risata tragica, i Mostri, gli attori presi dalla strada, la realtà su pellicola, l'Italia.
La scelta partenopea dell'ambientazione non è casuale, il protagonista, Luciano, un Pulcinella triste -, la cui storia personale reale, tralaltro, si rivela fondamentale per la resa incredibile di imbarazzo e tristezza, Aniello, l'attore, è infatti un ergastolano condannato per un omicidio di Camorra compiuto negli anni Ottanta che si è avvicinato al teatro in carcere - è semplicemente perfetto per l'iperrealtà quasi lombrosiana del suo vito, una maschera naturale senza bisogno di maschera sul viso. 
Ed è bravissimo, come d'altronde tutto il cast, tra professionisti e non. E proprio come nel Teatro dell'Arte, i caratteri sono Noi, gli attori sono il pubblico, la fusione tra realtà e palco è totale, le differenze impercettibili, proprio lo stesso rapporto che si crea tra i protagonisti di un reality e i suoi spettatori. E Napoli, contemporaneamente, è una gigantesca "casa", una città assestante, quasi uno Stato a sé, che crea miti che non vanno al di fuori dei confini campani, a volte cittadini, a volte rionali. Non poteva esserci altra città a rappresentare il "calore" umano esagitato e al tempo stesso spietato, fatto di "partecipazione" totale e poi più completo abbandono. La deriva folle del protagonista è una spirale in cui in qualche modo potremmo cadere tutti, perché i lustrini della celebrità brillano fortissimi, sempre.
E il cerchio (circo) del film si chiude: nella prima scena la cinepresa parte dal cielo e plana sul viso di un Luciano ancora savio, nel finale, la cinepresa vola via, portandosi dietro ogni  barlume di lucidità del triste protagonista di una storia possibile, presumibilmente ispirata a fatti reali, anzi, reality.